LA BIENNALE D’ARTE SPORTIVA AL GHISALLO  

Sabato 23 giugno 2018 al Museo del Ghisallo si inaugura la Biennale d’arte sportiva della bicicletta di Magreglio. Per la quarta edizione della biennale della bicicletta, Luca Pietro Nicoletti introduce così l’importante evento culturale che coinvolge il nostro Museo:

 Si deve alla tenacia e alla pazienza di Emilio Sacchi se la Biennale di Arte Sportiva del Museo della Bicicletta di Magreglio è giunto alla sua quarta edizione e, con questa, ha acquisito una sua fisionomia e una sua piccola storia, che ho avuto il piacere di seguire fin dalla prima edizione. Alcuni artisti, poi, hanno accompagnato un lungo tratto di questa manifestazione partecipando direttamente o contribuendo a trovare artisti da invitare.

La mia stessa partecipazione alla realizzazione di questa rassegna, dalla prima edizione del 2010, era dovuta a un amico artista e al suo interessamento nei miei confronti: Franco Zazzeri, di cui il museo di Magreglio ricorda la ormai lontana nel tempo attività di ritrattista, ora testimoniata da due importanti ritratti di sportivi entrati a far parte della collezione permanente. In occasione della prima edizione si era pensato a una manifestazione aperta a opere dedicate a tema sportivo, lasciando però libertà agli artisti di scegliere quale fosse la disciplina agonistica più congeniale alla propria ricerca: la bicicletta, insomma, era protagonista, ma accompagnata a immagini che reinventavano l’iconografia di altre discipline sportive.

Come scrissi in quell’occasione, il canone iconografico degli sport non è mai una questione neutra, perché porta con sé implicazioni di carattere sia ideologico sia culturale: attraverso il corpo in movimento, infatti, si sono sempre veicolati i valori umani e ideali di una civiltà, e le alterne fortune di talune discipline andavano proprio in questa logica di maggiore o minore rappresentatività da un punto di vista iconico.

Nelle edizioni successive, poi, la manifestazione si è progressivamente concentrata sulla bicicletta, a cui il museo prospiciente il Santuario della Madonna del Ghisallo è interamente dedicato, quasi un contraltare laico e affettuoso alle biciclette donate come ex-voto alla Vergine protettrice dei ciclisti.

Da questo restringimento tematico è emerso con sempre maggiore chiarezza la complessità e l’articolazione problematica posta da questo soggetto e dalle sue innumerevoli declinazioni in ambito artistico. In prima battuta, le arti figurative hanno definito quali sono le “figure” più rappresentative di questo sport.

Non è sufficiente infatti raffigurare un umano in sella a un mezzo a due ruote per aver fatto una rappresentazione del ciclismo: è necessario invece che identificare quei momenti iconograficamente più pregnanti per una efficace raffigurazione di questo sport, cogliendo quei momenti plasticamente più interessanti all’interno quasi di una coreografia agonistica. È un punto importante, questo, perché emerge persino in quei contesti in cui l’opera procede a grandi passi verso l’astrazione, e la raffigurazione si riduce alle linee di forza minime necessarie all’identificazione di una figura in movimento.

Al contempo, però, come già molti commentatori hanno fatto notare in diverse occasioni, la bicicletta è stata un mezzo di locomozione gravato di innumerevoli significati simbolici, da un’idea di libertà assoluta a mezzo di locomozione povero ma fedele. Per questo il ciclismo ha avuto non solo una larga presa popolare, ma ha avuto un proprio canone di icone rappresentative, di atleti che sono entrati presto nella legenda costituendo un tassello importante di un frammento di storia nazionale: i voti degli atleti e le loro gesta sportive, dunque, diventano momenti topici di una stagione e di una rappresentanza collettiva.

Per queste ragioni, all’interno delle possibilità offerte dalle pratiche sportive all’invenzione artistica, il ciclismo ambisce forse più di altri ai modi della grande narrazione figurata e a farsi erede naturale, forse, del grande quadro di storia: nei dovuti modi, la competizione ciclistica resta un grande momento di suspance, con tutti i tratti (anche retorici talvolta) della narrazione epica.

 

For the fourth edition of the bicycle biennial Luca Pietro Nicoletti

It is due to the tenacity and patience of Emilio Sacchi if the Biennial Cycling Sport Biennial has reached its fourth edition and, with this, has acquired its own physiognomy and its own little story, which I had the pleasure of follow since the first edition. Some artists, then, have accompanied a long stretch of this event by participating directly or helping to find artists to invite. My own participation in the realization of this exhibition, from the first edition of 2010, was due to a friend artist and his interest in me: Franco Zazzeri, of which the Magreglio museum recalls the long-standing activity of portrait painter, now witnessed by two important portraits of sportsmen who became part of the permanent collection. On the occasion of the first edition, an event was opened up to works dedicated to sports, but leaving the artists the freedom to choose the agonistic discipline most suited to their research: the bicycle, in short, was the protagonist, but accompanied by images that reinvented the iconography of other sports. As I wrote on that occasion, the iconographic canon of sports is never a neutral question, because it brings with it both ideological and cultural implications: through the moving body, in fact, the human and ideal values ​​of a civilization, and the alternating fortunes of certain disciplines went precisely in this logic of greater or less representativity from an iconic point of view.

In subsequent editions, then, the event was progressively concentrated on the bicycle, to which the museum overlooking the Sanctuary of the Madonna del Ghisallo is entirely dedicated, almost a secular and affectionate counterpart to bicycles donated as an ex-voto to the Virgin protector of cyclists.

From this thematic restriction the complexity and problematic articulation posed by this subject and its innumerable variations in the artistic field emerged with increasing clarity. In the first instance, the figurative arts have defined which are the most representative “figures” of this sport. It is not enough to depict a human riding a two-wheeled vehicle for making a representation of cycling: it is necessary instead to identify those iconographically more meaningful moments for an effective representation of this sport, catching those plastically most interesting moments inside almost an agonistic choreography. It is an important point, this, because it emerges even in those contexts in which the work proceeds to great strides towards abstraction, and the representation is reduced to the minimum lines of force necessary for the identification of a figure in movement.

At the same time, however, as many commentators have already pointed out on several occasions, the bicycle has been a means of locomotion burdened with countless symbolic meanings, from an idea of ​​absolute freedom to poor but faithful locomotion. For this reason cycling has had not only a large popular grip, but has had its own canon of representative icons, athletes who have entered early in the legend constituting an important piece of a fragment of national history: the votes of the athletes and their deeds sports, therefore, become topical moments of a season and a collective representation.

For these reasons, within the possibilities offered by sporting practices to artistic invention, cycling aims perhaps more than others to the modes of the great figurative narration and to become a natural heir, perhaps, of the great picture of history: in the proper ways, competition cycling remains a great moment of suspense, with all the traits (sometimes rhetorical) of the epic narration.

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